Storia

Storia ed Evoluzione del JuJitsu

Sintesi a cura di Anna Giovannini

Le Arti Marziali nascono con l’uomo, con il suo bisogno di difendersi e sopravvivere. Ogni civiltà ha sviluppato un proprio sistema di combattimento tipico dei costumi del luogo, tanto in Oriente quanto in Occidente,sotto forma di spettacolo o come arma di guerra.

È difficile rintracciare le origini delle Arti Marziali, tuttavia si può dire che la tecnica del combattimento a mani nude in Oriente sia derivata dal fatto che i monaci itineranti erano spesso assaliti da soldati o briganti. Non potendo servirsi di armi, poiché i loro precetti lo proibivano, in Cina si sviluppò un’arte di combattimento senz’armi che permise ai monaci di difendersi. A quel tempo queste Arti Marziali non erano suddivise in categorie distinte, ma si presentavano semplicemente come una serie di movimenti, colpi, “stratagemmi” che ci si insegnava a vicenda, nello stesso modo in cui ci si scambiavano i segreti per guarire e le tecniche di meditazione.

I monaci erranti provenienti dalla Cina introdussero quest’arte in Giappone, dov’essa conobbe una diffusione enorme. Le origini delle Arti Marziali giapponesi si possono far risalire al III secolo a.C., ma l’epoca sicuramente più interessante per la loro affermazione può essere identificata nel periodo feudale della storia giapponese, che comprende circa nove secoli (dalla fine del IX al XVIII).

In questo periodo la società militare giapponese aveva il massimo potere e il clima di pace interna che caratterizzò il Giappone risultò essere determinante per la storia delle Arti Marziali. Infatti, gli uomini d’armi si trovarono completamente sprovvisti di lavoro ed i migliori di essi misero a frutto la loro esperienza, insegnando le conoscenze acquisite sul campo di battaglia, permettendo la fioritura di scuole di Arti Marziali.

A quel tempo non si parlava di specializzazione nei termini oggi usuali, poiché in tutte le scuole si praticavano tecniche di proiezione e controllo, colpi con i pugni e con i calci, strangolamenti, leve alle articolazioni e tecniche di combattimento con le armi. Le pratiche di lotta usate dalle varie scuole avevano la caratteristica di essere spesso mortali o comunque assai pericolose, anche se nelle fasi di allenamento o di dimostrazione la pericolosità veniva sensibilmente ridotta da opportuni accorgimenti. Non si deve tuttavia pensare che la pratica del combattimento fosse l’unica occupazione delle scuole di questo periodo, infatti, i maestri delle varie scuole definivano le arti da loro insegnate come discipline di avanzamento morale, atte a favorire l’integrità etica di chi le pratica, in armonia con se stessi e con gli altri.

Il ju jitsu è una delle più antiche Arti Marziali giapponesi, progenitrice di molte delle Arti Marziali giapponesi moderne. Durante i periodi in cui venne proibito l’uso delle armi (fine del XIX secolo), proliferarono le scuole che prevedevano l’uso di comunissimi arnesi da lavoro. Nunchako, sai, kusari gama, kama, tonfa, bo, ecc., sapientemente usati, si rivelarono delle armi a tutti gli effetti, ma non soggette a proibizione in quanto non convenzionali. D’altro canto, ognuno dei metodi “disarmati”, pur contemplando tecniche di combattimento sia a distanza che corpo a corpo, si specializzò in particolari tecniche che miravano al conseguimento della sottomissione dell’avversario attraverso proiezioni, lanci, immobilizzazioni, strangolamenti, torsioni, lussazioni, colpi, percussioni, controlli, parate e cadute.

Il ju jitsu utilizza tutte le suddette tecniche e le scuole più complete ed “aperte” studiano ed applicano con uguale interesse ogni forma di combattimento.

Una delle leggende sulla sua nascita fa risalire la prima intuizione al medico Shirobei Akiyama, il quale durante un’abbondante nevicata avrebbe osservato come i rami di un salice si flettevano, scaricandosi senza danno del peso della neve, che invece aveva spezzato i più robusti rami di altri alberi. Dall’osservazione del salice, che si flette per non spezzarsi, nacque tutta la filosofia imperniata sul principio della cedevolezza, alla base del ju jitsu prima e del moderno judo poi. Il ju jitsu (letteralmente ju significa dolce, gentile, agile, flessibile, cedevole) rappresenta quindi il modo di sfruttare tutte le potenzialità del corpo e l’energia dell’avversario.

Nella sua applicazione alle strategie concrete del combattimento, il principio della “cedevolezza” consiste nell’adattarsi flessibilmente e con intelligenza alle manovre strategiche di un avversario per sfruttare tali manovre e la forza con cui vengono eseguite, al fine di soggiogare l’avversario stesso o almeno di neutralizzarne l’attacco.

Nel XX secolo, mentre il judo, il karate, l’aikido ed il kendo facevano capolino in Occidente ed alcuni occidentali residenti in Giappone venivano avviati alla loro pratica, la maggior parte delle scuole di ju jitsu continuavano a custodire gelosamente quelle che erano state le tecniche dei loro antenati guerrieri.

Fra gli “esportatori” più comuni delle Arti Marziali si possono senza dubbio annoverare i funzionari di sedi diplomatiche, mentre fra gli “importatori” si distinsero i marinai (civili, ma soprattutto militari).

Dopo la conclusione della II Guerra Mondiale, il ju jitsu, grazie all’opera del Maestro Gino Bianchi, creatore dello stile omonimo, iniziava il proprio cammino autonomo in Italia. Il Maestro Bianchi, ligure, durante la sua permanenza giovanile in Giappone e in Cina, apprese i rudimenti ed i principi del ju jitsu, che adattò e ripropose in chiave occidentale a partire dal 1946.